Antonio Gibotta, nato ad Avellino nell’agosto del 1988, fin da piccolo mi avvicino e mi appassiono alla fotografia.
Nel 2007 mi diplomo in Maestro d’Arte sezione Arte della Grafica Pubblicitaria e della Fotografia.
Negli ultimi anni ho esposto a New York, Francia, Cina, Bruxelles, Italia.
Nel 2010 ottengo la GOLDEN CAMERA AWARD dalla Federation European Professional Photographer (categoria reportage), in seguito anche la prestigiosa QIP,MQIP, QEP, e infine la MQEP (Master Qualified European Photographer, che certifica la più alta qualità di Fotografo Europeo, ad oggi sono solo 51 i fotografi Europei che hanno ricevuto la qualifica).
Quando hai iniziato a fotografare e perchè?
Il mio rapporto con la fotografia è iniziato in modo assolutamente naturale. Ricordo che da bambino mentre guardavo mio padre preparare le sue macchine prima di un lavoro, desideravo che mi portasse con lui, era come se mi sentissi chiamare dalla fotografia, lo sentivo come un bisogno, una specie di vocazione. E quando mio padre, fotografo professionista, mi permise di realizzare i miei primi scatti con la sua Nikon F3, capii subito che nella vita non avrei voluto fare nient’altro che scattare, spesso penso che sia stata la foto a scegliere me e non viceversa. Ho poi avuto la fortuna di trasformare la mia passione in professione, seguendo mio padre e ritrovandomi sul campo fin da giovanissimo.
Il tuo / i tuoi generi fotografici?
Riguardo l’aspetto tecnico nelle mie fotografie devo fare una distinzione a seconda del lavoro che voglio realizzare. Mi spiego meglio: se ho intenzione di realizzare un reportage di viaggio, raccontare un popolo e la sua cultura, cerco di realizzare una foto pulita il più possibile, per composizione, taglio e colore. Se invece voglio realizzare un reportage che rispecchi i miei stati d’animo più intimi, vado a realizzare immagini quasi esclusivamente in bianco e nero, a volte mosse, che cerco di far parlare con i loro silenzi profondi ed enigmatici come i miei neri, foto aperte a diverse interpretazioni da parte di chi le osserva. In me coesistono due personalità, due modi diversi di fare e interpretare la fotografia, una sorta di dott. Jekill e mr. Hyde. Il mio modo di fotografare più che influenzato è ispirato da due grandi miti della fotografia: Steve McCurry e Paolo Pellegrin, in particolar modo da quest’ultimo. Hanno due stili opposti, che però ammiro entrambi e dalla cui fusione ho cercato di trovare un mio personale modo di scattare, un mio punto di vista.
Prediligo la fotografia di reportage.
Al centro del mio obiettivo ci sono l’uomo e l’attualità delle tematiche sociali. La fotografia è la mia forma di espressione. Sono sempre stato piuttosto taciturno e non amo particolarmente stare al centro dell’attenzione, preferisco osservare e ascoltare ciò che mi circonda e, solo nel momento che ritengo giusto, agire cercando di catturare quello che in fotografia viene definito il momento decisivo. La fotografia mi permette di esternare quello che ho dentro di me senza ricorrere all’uso di mille parole. In tutto ciò c’è qualcosa di magico, emozionante. Cerco di dare potere evocativo alle mie fotografie. Talvolta evocano dolore, sofferenza; altre, gioia. Prima di intraprendere un viaggio cerco di documentarmi sul luogo che andrò a visitare. Capita che poi, una volta sul posto, l’occhio e l’attenzione siano catturati da eventi diversi. Il più delle volte mi affido all’istinto, non amo le cose programmate, piuttosto viaggio alla costante ricerca di un soggetto interessante. Le ottiche che utilizzo e amo maggiormente sono il 35mm e l’85mm, che non mancano mai nel mio bagaglio.
Amo viaggiare in cerca di storie da raccontare, mi piace molto anche ritrarre volti, cercando di far leggere, tra le rughe del soggetto, l’esperienza di vita vissuta, la sfida maggiore è riuscire a far intravedere l’anima attraverso il riflesso degli occhi. Ho un’insaziabile curiosità per le culture e i popoli diversi dal mio. Quando sono in un paese straniero cerco di ridurre al minimo l’impatto, approcciandomi alle persone che incontro con la massima discrezione. Mi riesce abbastanza facile, essendo per natura piuttosto riservato. Le persone dopo un po’ di tempo dimenticano quasi la mia presenza e riesco, a volte, a ritrarre le loro abitudini quotidiane, certe volte anche estremamente intime.
Puoi raccontarci la fotografia più importante della tua carriera o quella a cui tieni di più?
Non sono legato a nessuna singola immagine in particolare, ma tengo in modo speciale a due storie realizzate a Lourdes con e grazie all’Unitalsi. Per due anni di seguito ho viaggiato con i malati a bordo del Treno Bianco e con le immagini ho realizzato prima un libro e poi un filmato i cui proventi delle vendite hanno finanziato il viaggio di un bambino disabile.
Viaggio della speranza – Vimeo
Il cammino di un Pellegrino – Vimeo
Cosa c’è dentro la tua borsa fotografica?
Nella mia borsa c’è :
Canon 5D Mark III
Canon 6D
35mm f/1,4
50mm f/1,8
85mm f/1,2
16-35mm f/2.8
Leica X2
non sempre con me, a causa del peso, un 70-200mm f/2,8
GoPro Hero 4
Microfono Rode
Porto sempre con me anche un MacBook Pro 15” e un HD
per archiviare.
Cosa pensi di aggiungere a breve nella borsa e cosa invece pensi di dare via?
Per il momento va bene così.
Il sito di fotografia che visiti più spesso?
National Geographic, Internazionale, Time, Magnum Photo.
Grazie Antonio!