Mi chiamo Gabriele Orlini, ho 46 anni, sono un fotografo che si occupa soprattutto di questioni umanitarie, antropologiche, sociali e vorrei candidarmi come apolide! Scherzi a parte, sono un cittadino del mondo, se così si può dire, perché non resto fermo a lungo nello stesso luogo. Per esempio, al momento vivo a Buenos Aires. Per quanto? Chissà! Ma almeno finché non verrò trascinato via da qualche altra storia da raccontare altrove. Ho realizzato lavori in Africa, Asia, Sud America, e nei Territori Occupati Palestinesi per conto di ONG internazionali; pubblicato su riviste, vinto premi, borse di studio…
Quando hai iniziato a fotografare e perchè?
Ho sempre amato leggere: racconti, storie, narrazioni… tutto quello che mi portava a conoscere un po’ di più il mondo e gli uomini. E ammetto anche che c’è stato un tempo in cui aspiravo a diventare qualcuno nell’arte della scrittura. Ben presto però ho capito che questo talento non mi apparteneva e solo molti anni dopo, per pura casualità, a metà del 2009 ho incontrato la Fotografia. Ho scoperto così in essa il mezzo a me più consono per raccontare le Storie, oltre che la giusta scusa per andarle a cercare! Alla fine dello stesso anno feci un primo progetto in Palestina, poi Africa e, senza più fermarmi, decisi di abbandonare le sicurezze di un lavoro stabile per fare della fotografia la mia professione.
Il tuo / i tuoi generi fotografici?
Non sono per nulla interessato alla Fotografia in quanto tale ma sempre – e solo – come strumento finalizzato al racconto, alla narrazione. Per questo non può che essere il reportage sociale, umanitario, documentale. E per questa stessa ragione i progetti ai quali mi dedico tendono ad avere tempi medio-lunghi: ho bisogno di inserirmi nel contesto che voglio documentare, relazionarmi con le persone, spendere una parte della mia vita nelle ragioni che vado a narrare perché in fondo, in quell’istante, diventano anche la mia, di vita. Mi rendo conto che potrebbe suonare un po’ presuntuoso, ma l’aria che respiro è sempre la stessa, anche quando non fotografo.
La tua giornata tipo?
Dipende se sono in viaggio o se sono in studio.
Quando sono all’estero per un assignment o un progetto i ritmi si calano nella realtà in cui sto vivendo e, dopo la fotografia, la scrittura occupa un posto molto importante nella mia quotidianità.
Quando sono a casa invece l’unica costante è il tempo dedicato a Valentino, il mio Jack Russell. Per il resto: scrivo progetti e cerco i fondi per realizzarli; tengo i contatti, sistemo gli appunti, le didascalie delle foto e butto giù le idee che man mano mi vengono; leggo e rimango aggiornato guardando i lavori fatti da altri.
Puoi raccontarci la fotografia più importante della tua carriera o quella a cui tieni di più?
Non nego di aver avuto soddisfazioni con la Fotografia ma non mi sento di selezionarne una “più importante”, anche perché ho scattato – e scatto – moltissimo senza macchina fotografica. Accade che mi lego molto più all’intero progetto che ad una singola foto. Se però devo sceglierne una, scelgo questa… ci sono molto legato. È uno scatto realizzato un paio di anni fa a Rio Gallegos, in Patagonia. Quando guardai questa scena mi tornò alla mente un testo a me molto caro, Timbuktu di Paul Auster, e realizzai questo scatto. Allo stesso tempo, in quel periodo, fu la fine di un’amicizia importante, che ricordo sempre con affetto. Ma come diceva il protagonista del libro: “…era questa la bellezza del gioco. Nel momento in cui perdervi, avevi vinto”

Cosa c’è dentro la tua borsa fotografica?
È una borsa davvero leggera la mia, perché dopo un trascorso con le reflex sono passato al telemetro. Ed è stata una sorta di rinascita. Quindi, in base al lavoro che vado a fare, ci sono uno o due corpi Leica (uno dei due solitamente a pellicola), e tre ottiche fisse: 24, 35 e 50. Poi non manca mai una fidata Moleskine
, che considero alla stessa stregua di un corpo macchina, una matita e un audio recorder
. Un panno
per pulire le ottiche e via, tutto il resto non mi serve. Solo buone gambe
Cosa pensi di aggiungere a breve nella borsa e cosa invece pensi di dare via?
Se me l’avessi chiesto qualche tempo fa forse la mia riposta forse sarebbe stata più interessante. Al momento infatti ho già tutto quello che mi serve, visto che ho aggiunto da poco una Leica M-P (Typ240) alla Leica M6 in pellicola. Sono molto attento alle mie macchine ma per niente interessato al mercato perché per me rimangono uno strumento, nulla più. Se mi chiedi quanti megapixel ha la mia Leica… mhm, beh, non saprei rispondere! (non è vero, conosco la risposta 🙂
Il sito di fotografia che visiti più spesso?
Non ho un sito di fotografia per così dire di riferimento. Seguo molto i lavori di diversi autori che trovo interessanti, dal reportage al fotogiornalismo e, naturalmente, i vari quotidiani online stranieri e (poco, purtroppo) italiani.
Grazie Gabriele!
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