Matteo Bastianelli, ho 30 anni, vivo a Roma e spesso anche a Sarajevo. Ho lavorato principalmente in Europa, nei Balcani e in Italia. Sono un fotoreporter, giornalista iscritto all’Albo e un filmmaker. Ho fatto parte del roaster di giovani talenti di Reportage by Getty, poi sono stato contributor a Getty Images, ora sono staff photographer a Echo photojournalism. Ho pubblicato il mio primo libro nel 2012, The Bosnian Identity (Postcart). Ho diretto due film documentari: MaldiMare (Italia, 72’, 2014) e The Bosnian Identity (Italia, 52’, 2013), premio Vittorio de Seta per il miglior film documentario al BIF&ST. Dal 2013 sto lavorando allo sviluppo di un terzo film documentario su un ragazzo siriano che sogna di diventare un fotografo professionista, tutto è nato dal progetto fotografico “A Syrian route to Germany”. Ho esposto i miei lavori in Estonia, Francia, Germania, Iran, Italia, Turchia, Paesi Bassi e Usa. Lavoro principalmente su progetti a lungo termine legati a tematiche sociali e ambientali. Memoria e identità sono il fulcro della mia indagine sulle conseguenze dei conflitti. Le mie fotografie sono state pubblicate su L’Espresso, L’Europeo, Internazionale, International New York Times, Newsweek Japan, Lens blog- The New York Times, Time Lightbox, Burn magazine, Discovery channel interactive, etc.. Ho ricevuto molti premi e riconoscimenti come il PDN photo annual in fotogiornalismo, Premio Canon Giovani Fotografi, l’Emerging Talent Award di Reportage By Getty, il Premio Marco Bastianelli per il miglior libro opera prima, menzioni d’onore dall’NPPA-Best of Photojournalism e sono stato finalista del PixPalace-Visas ANI, Emerging Photographer Grant di Burn Magazine, Fotovisura Grant, Lumix award.
Quando hai iniziato a fotografare e perchè?
Ho iniziato da ragazzino con le macchine usa e getta che trovavo a casa, per gioco. A 18 anni ho avuto un incidente stradale in cui ho perso un mio amico di 16 anni, ne scrissero di tutti i colori sui giornali, così dopo qualche mese mi presentai in una di quelle redazioni e chiesi di voler cominciare a scrivere per loro, per raccontare i fatti. Dopo 2 anni di gavetta e un bel po’ di censura operata dirottandomi su servizi di cronaca dove ovviamente non potevo nuocere agli interessi dell’editore-politico locale, ho capito che era il momento di cercare un linguaggio alternativo per raccontare storie e pensare a progetti futuri, così ho frequentato la Scuola Romana di Fotografia e da lì è nata la passione per il giornalismo visivo e la documentazione.
Il tuo / i tuoi generi fotografici?
Fotogiornalismo e fotografia documentaria, in tutte le possibili declinazioni.
La tua giornata tipo?
Se sono in giro per lavorare a una storia come nelle settimane passate, la mia giornata tipo è uscire presto al mattino e tornare tardi alla sera, per lavorare tutto il giorno al mio progetto e portare a casa del buon materiale. Se sono appena rientrato da un viaggio di lavoro, come in questo momento, la mia giornata tipo è scansire negativi per fare dei provini digitali da selezionare in seguito, oppure, se ho scattato in digitale, osservare e selezionare le immagini prodotte insieme alla mia compagna di vita e di lavoro, Giuseppina Toti. Poi è la volta di post-produzione, didascalie e testi di presentazione da scrivere, quindi posso inviare tutto in agenzia. E rilassarmi qualche giorno con la mia fidanzata e il nostro cagnolino. Poi si ricomincia a pensare a nuove storie da produrre o a come continuare progetti ancora in corso.
Puoi raccontarci la fotografia più importante della tua carriera o quella a cui tieni di più?
Non è la fotografia più importante della mia carriera, non credo molto alla foto della vita, è tutto un percorso. Per questo allego questa immagine. Una delle prime fotografie che ho scattato a pellicola in bianco e nero nel 2007 o 2008, non ricordo esattamente. Per me è importante per quello che non dice. Si vede solo una silhouette riflessa in uno specchio appoggiato da qualche parte in mezzo a una strada, fa pensare che anche per chi non ha una casa esiste la cura della propria immagine e una qualche forma di vanità, presente in tutti noi. Fa parte del mio primo progetto fotografico sull’unica senzatetto, Patrizia, che viveva fuori alla stazione della mia città natale, Velletri. Ora Patrizia ha una casa e non vive più lì, pochi giorni fa sono ripassato in quel posto e ho fotografato lo spazio in cui viveva, che è rimasto vuoto. Questa foto mi ha insegnato a riflettere sull’identità in divenire delle persone e delle cose che fotografiamo. Tutto è mutevole e destinato a cambiare, se si ha la pazienza di attendere le cose cambiano naturalmente e si possono raccontare aspetti molto interessanti della realtà in cui si vive. Lo stesso approccio mi ha accompagnato nei miei progetti più importanti, dalla Bosnia fino al futuro dei siriani in fuga dalla guerra.
Cosa c’è dentro la tua borsa fotografica?
Tanto analogico e poco digitale al momento. Ho un’Hasselblad Xpan a telemetro che uso sia in formato 35mm che per foto panoramiche con un obiettivo fisso 45mm, una vecchia e indistruttibile Canon EOS 1N con un 50mm, e una Panasonic Leica GH4
con equivalente 35mm
e zoom 70-200 che uso principalmente per il video insieme a un registratore esterno Tascam DR-60D MarkII
e a un microfono Sennheiser MKE600
.
Cosa pensi di aggiungere a breve nella borsa e cosa invece pensi di dare via?
Ho da poco venduto la mia Canon 5D MarkII e non penso di dare via nulla. Vorrei aggiungere una digitale compatta come la Fuji X100T
, e poi un nuovo corpo full frame digitale, preferirei a telemetro, ma non so, non c’è fretta, posso cavarmela bene con quello che ho al momento. Le fotografie si fanno con la testa e con i piedi!
Il sito di fotografia che visiti più spesso?
Ce ne sono molti, Dirty books, Time Lightbox, Bagnews, British Journal of Photography, Lens, Msnbc photography.
Grazie Matteo!
Link:
Sito web
Echo
Facebook
The Bosnian Identity